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Per què Homer i Leopardi no estan contents de pagar els impostos. Pietro Citati

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Pietro Citati - Ulises y la OdiseaPietro Citati - Leopardi.

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PERCHE’ OMERO E LEOPARDI NON SONO FELICI DI PAGAR LE TASSE
di Pietro Citati

[Diari La Repubblica, 12/11/2007]

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Pietro_Citati

Pietro Citati

Conosco poco il ministro Tommaso Padoa-Schioppa. Ci siamo stretti qualche volta la mano, a Roma e ad Acquisgrana; e poi abbiamo taciuto, non sapendo cosa dirci. Mi ha sorriso. Ha un bel sorriso, che gli accarezza timidamente la superficie del viso, gli vela gli occhiali, si perde tra i capelli; e non riesce a penetrargli nel cuore, perché il cuore è abitato dalla malinconia. È delicatissimo e candido.

Non conosce la realtà: non sa che esistono i pomodori, gli zucchini, le caciotte, le bistecche di maiale; ed ignora cosa sia il danaro. Qualche tempo fa, ha pronunciato la frase più famosa della recente storia italiana: «Pagare le tasse è bellissimo».

Quando pago le tasse, al contrario di Tommaso Padoa-Schioppa, non sono felice. Credo che pagarle sia un atto doveroso, doloroso, fatale: mentre le paghi, le Parche tessono il loro filo ferrigno sul fuso. Bisogna pagare le tasse, per tenere aperte le scuole (sebbene la sinistra alleanza tra Luigi Berlinguer e Letizia Moratti abbia gettato le scuole italiane ad un livello lievemente superiore a quello del Mali, ma inferiore a quello del Ghana).

Bisogna pagare le tasse per far correre i treni (sebbene i treni siciliani, nei loro voli più folli, non riescano a superare i trenta chilometri all’ora). Bisogna pagare le tasse perché le automobili sfreccino sulle strade (sebbene le strade di Roma siano una sola, interminabile successione di buche). Bisogna pagare le tasse per assicurare le pensioni e l’assistenza medica e l’apertura dei musei e dei cimiteri e dei giardini pubblici e delle biblioteche rionali, e per mille altre ragioni, reali ed immaginarie, che i cittadini italiani conoscono molto meglio di me.

Sono, ahimè, un contribuente onesto: anche se volessi evadere le tasse non potrei, perché le dichiarazioni dei miei datori di lavoro formano, riunite insieme, un cappio così fitto attorno al mio collo che, se non le pagassi, mi impiccherei con le mie mani. Le pago prima possibile: a metà maggio e a metà ottobre, con lo stesso sentimento di uno che si leva un dente anzitempo, per tener lontano il dolore.

Il mio commercialista sta in piazza Tacito: una donna precisa, dolcissima e inflessibile, che si chiama Teresa, prepara i moduli. Il giorno prima dell’appuntamento, vengo assalito da una specie di torpore ed intontimento al capo, alle braccia, alle mani e ai piedi. L’occhio si oscura, l’orecchio non sente, la mano non palpa, la mascella cala sfiorando la parte superiore del petto. Penso ai miei carissimi libri, dai quali traggo la possibilità di pagare le tasse. Non sono io, ma Omero, Goethe, Leopardi, Kafka, Musil, Alice Munro, che finanziano lo Stato a mio nome.

E provo una sofferenza acutissima al pensiero che Omero e Alice Munro permettano all´onorevole Alessandra Mussolini di farsi fare gratis la messa in piega, all’onorevole Buttiglione di mangiare quasi gratis i moscardini e le mazzancolle, all´onorevole Diliberto di pronunciare gratis sciocchezze, e all’onorevole Massimo D’Alema di veleggiare, rapido ed elegante come un airone, tra le isole che tremiladuecento anni fa scorsero il viaggio disperato dell’ultima nave di Ulisse.

Non sono un uomo di sentimenti profondi; e la mia tristezza non dura mai a lungo. Il giorno fatale vado a Piazza Tacito, suono il campanello, entro nell’ufficio, firmo innumerevoli fogli di carta, e tre assegni; uno, enorme, per l’Irpef, uno più esiguo per l’Ici, e uno, esilissimo, per il commercialista. Consegno gli assegni nelle mani di Teresa; e in quel preciso momento, non so per quale ragione, il dolore si consuma e si volatilizza.

Torno a casa sollevato e quasi lieto. Penso che l’unica cosa bella del denaro non è accumularlo, né consumarlo, ma gettarlo via dalla finestra, come un uccello che ha appena appreso a volare. E poi, la testa dell’onorevole Mussolini ha davvero bisogno della sua messa in piega, lo stomaco dell’onorevole Buttiglione deve venire irrorato dai succhi dei moscardini e delle mazzancolle, l’onorevole Diliberto deve dire sciocchezze per la nostra gioia, mentre siamo lieti che l’onorevole D’Alema ascolti estasiato il canto delle Sirene, senza venire legato all’albero di Ulisse.

Provo una grande ammirazione per i ministri delle Finanze, le commissioni parlamentari, i legislatori, i tecnici del Ministero e dei Comuni e degli innumerevoli Enti e sovra-Enti e sotto-Enti, e per tous ces puissants qui nous gouvernent. Posseggono una fantasia inesauribile nell’inventare tasse: come oggi non conosce nessun romanziere o regista.

Prima c’è la trattenuta del venti per cento alla fonte: tassa quasi indolore, perché il cuore percepisce appena il vuoto lasciato nel conto corrente. Poi c’è l’immenso Irpef e l’Ici e la nettezza urbana e l’addizionale comunale e l’addizionale regionale e l’imposta per l’acquedotto del Fiora, che versa nei tubi della mia casa al mare una torbida acqua rugginosa; e poi tutte le piccole imposte, quando compro una matita, le lamette, il dentifricio, il sapone da barba, lo spazzolino da denti, l’inchiostro stilografico, la detestabile medicina.

Come tutti gli abitanti della Maremma, ho il privilegio di versare una tassa in più: quella per la Bonifica Maremmana. Settant´anni fa, il nonno dell’attuale onorevole Mussolini bonificò la Maremma: ora non ci sono più né paludi né zanzare: i maremmani non s’ammalano di malaria; eppure devo pagare una tassa per mantenere in vita i nipoti dei nipoti degli eroici bonificatori.

Infine, ci sono le tasse postume. Ogni anno, il ministero delle Finanze o l´assessore del Comune o il funzionario di qualche Ente o sotto-Ente si risveglia all’improvviso dal torpore e mi comunica minacciosamente che nel 2001 o 2002 o 2003 non ho pagato una tassa, e che devo pagarla ora, subito, maggiorata da spaventosi interessi di mora. Non ricordo più nulla. E telefono a Teresa, terrorizzato.

Sobria e tenera, Teresa mi assicura: «Non si preoccupi, signor Citati. Certamente sono loro che hanno sbagliato». Difatti, è uno sbaglio: non devo pagare nulla. Allora sorrido, mi guardo allo specchio, infilo il cappotto, esco di casa, fiero di vivere sotto la protezione del migliore dei ministri delle Finanze possibili, sotto il manto del migliore dei Governi possibili, nel migliore dei mondi possibili.

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