Archive

Archive for the ‘Calaix de sastre’ Category

Per què Homer i Leopardi no estan contents de pagar els impostos. Pietro Citati

.

.

.

Pietro Citati - Ulises y la OdiseaPietro Citati - Leopardi.

.

.

.

.

.

.

.

.

.

.

.

.

.

.

PERCHE’ OMERO E LEOPARDI NON SONO FELICI DI PAGAR LE TASSE
di Pietro Citati

[Diari La Repubblica, 12/11/2007]

.

Pietro_Citati

Pietro Citati

Conosco poco il ministro Tommaso Padoa-Schioppa. Ci siamo stretti qualche volta la mano, a Roma e ad Acquisgrana; e poi abbiamo taciuto, non sapendo cosa dirci. Mi ha sorriso. Ha un bel sorriso, che gli accarezza timidamente la superficie del viso, gli vela gli occhiali, si perde tra i capelli; e non riesce a penetrargli nel cuore, perché il cuore è abitato dalla malinconia. È delicatissimo e candido.

Non conosce la realtà: non sa che esistono i pomodori, gli zucchini, le caciotte, le bistecche di maiale; ed ignora cosa sia il danaro. Qualche tempo fa, ha pronunciato la frase più famosa della recente storia italiana: «Pagare le tasse è bellissimo».

Quando pago le tasse, al contrario di Tommaso Padoa-Schioppa, non sono felice. Credo che pagarle sia un atto doveroso, doloroso, fatale: mentre le paghi, le Parche tessono il loro filo ferrigno sul fuso. Bisogna pagare le tasse, per tenere aperte le scuole (sebbene la sinistra alleanza tra Luigi Berlinguer e Letizia Moratti abbia gettato le scuole italiane ad un livello lievemente superiore a quello del Mali, ma inferiore a quello del Ghana).

Bisogna pagare le tasse per far correre i treni (sebbene i treni siciliani, nei loro voli più folli, non riescano a superare i trenta chilometri all’ora). Bisogna pagare le tasse perché le automobili sfreccino sulle strade (sebbene le strade di Roma siano una sola, interminabile successione di buche). Bisogna pagare le tasse per assicurare le pensioni e l’assistenza medica e l’apertura dei musei e dei cimiteri e dei giardini pubblici e delle biblioteche rionali, e per mille altre ragioni, reali ed immaginarie, che i cittadini italiani conoscono molto meglio di me.

Sono, ahimè, un contribuente onesto: anche se volessi evadere le tasse non potrei, perché le dichiarazioni dei miei datori di lavoro formano, riunite insieme, un cappio così fitto attorno al mio collo che, se non le pagassi, mi impiccherei con le mie mani. Le pago prima possibile: a metà maggio e a metà ottobre, con lo stesso sentimento di uno che si leva un dente anzitempo, per tener lontano il dolore.

Il mio commercialista sta in piazza Tacito: una donna precisa, dolcissima e inflessibile, che si chiama Teresa, prepara i moduli. Il giorno prima dell’appuntamento, vengo assalito da una specie di torpore ed intontimento al capo, alle braccia, alle mani e ai piedi. L’occhio si oscura, l’orecchio non sente, la mano non palpa, la mascella cala sfiorando la parte superiore del petto. Penso ai miei carissimi libri, dai quali traggo la possibilità di pagare le tasse. Non sono io, ma Omero, Goethe, Leopardi, Kafka, Musil, Alice Munro, che finanziano lo Stato a mio nome.

E provo una sofferenza acutissima al pensiero che Omero e Alice Munro permettano all´onorevole Alessandra Mussolini di farsi fare gratis la messa in piega, all’onorevole Buttiglione di mangiare quasi gratis i moscardini e le mazzancolle, all´onorevole Diliberto di pronunciare gratis sciocchezze, e all’onorevole Massimo D’Alema di veleggiare, rapido ed elegante come un airone, tra le isole che tremiladuecento anni fa scorsero il viaggio disperato dell’ultima nave di Ulisse.

Non sono un uomo di sentimenti profondi; e la mia tristezza non dura mai a lungo. Il giorno fatale vado a Piazza Tacito, suono il campanello, entro nell’ufficio, firmo innumerevoli fogli di carta, e tre assegni; uno, enorme, per l’Irpef, uno più esiguo per l’Ici, e uno, esilissimo, per il commercialista. Consegno gli assegni nelle mani di Teresa; e in quel preciso momento, non so per quale ragione, il dolore si consuma e si volatilizza.

Torno a casa sollevato e quasi lieto. Penso che l’unica cosa bella del denaro non è accumularlo, né consumarlo, ma gettarlo via dalla finestra, come un uccello che ha appena appreso a volare. E poi, la testa dell’onorevole Mussolini ha davvero bisogno della sua messa in piega, lo stomaco dell’onorevole Buttiglione deve venire irrorato dai succhi dei moscardini e delle mazzancolle, l’onorevole Diliberto deve dire sciocchezze per la nostra gioia, mentre siamo lieti che l’onorevole D’Alema ascolti estasiato il canto delle Sirene, senza venire legato all’albero di Ulisse.

Provo una grande ammirazione per i ministri delle Finanze, le commissioni parlamentari, i legislatori, i tecnici del Ministero e dei Comuni e degli innumerevoli Enti e sovra-Enti e sotto-Enti, e per tous ces puissants qui nous gouvernent. Posseggono una fantasia inesauribile nell’inventare tasse: come oggi non conosce nessun romanziere o regista.

Prima c’è la trattenuta del venti per cento alla fonte: tassa quasi indolore, perché il cuore percepisce appena il vuoto lasciato nel conto corrente. Poi c’è l’immenso Irpef e l’Ici e la nettezza urbana e l’addizionale comunale e l’addizionale regionale e l’imposta per l’acquedotto del Fiora, che versa nei tubi della mia casa al mare una torbida acqua rugginosa; e poi tutte le piccole imposte, quando compro una matita, le lamette, il dentifricio, il sapone da barba, lo spazzolino da denti, l’inchiostro stilografico, la detestabile medicina.

Come tutti gli abitanti della Maremma, ho il privilegio di versare una tassa in più: quella per la Bonifica Maremmana. Settant´anni fa, il nonno dell’attuale onorevole Mussolini bonificò la Maremma: ora non ci sono più né paludi né zanzare: i maremmani non s’ammalano di malaria; eppure devo pagare una tassa per mantenere in vita i nipoti dei nipoti degli eroici bonificatori.

Infine, ci sono le tasse postume. Ogni anno, il ministero delle Finanze o l´assessore del Comune o il funzionario di qualche Ente o sotto-Ente si risveglia all’improvviso dal torpore e mi comunica minacciosamente che nel 2001 o 2002 o 2003 non ho pagato una tassa, e che devo pagarla ora, subito, maggiorata da spaventosi interessi di mora. Non ricordo più nulla. E telefono a Teresa, terrorizzato.

Sobria e tenera, Teresa mi assicura: «Non si preoccupi, signor Citati. Certamente sono loro che hanno sbagliato». Difatti, è uno sbaglio: non devo pagare nulla. Allora sorrido, mi guardo allo specchio, infilo il cappotto, esco di casa, fiero di vivere sotto la protezione del migliore dei ministri delle Finanze possibili, sotto il manto del migliore dei Governi possibili, nel migliore dei mondi possibili.

.

.

.

El panorama [desolador] de l’estudi de les “lletres” a la Universitat de Barcelona a principis del s. XX, de la mà de Gaziel

.

.

En Inglaterra sobresale Shakspeare, genio de costumbres abyectas, en cuyos dramas no hay fidelidad histórica ni moralidad.

Martiniano Martínez Ramírez
Historia Universal

.

.

.

Plaça-Universitat

.

.

.

Agustí Calvet (Sant Feliu de Guíxols, 1887 - Barcelona, 1964)

Agustí Calvet (Sant Feliu de Guíxols, 1887 – Barcelona, 1964)

[…] conservo memòria del doctor don Martiniano Martínez Ramírez, ei catedràtic d’una matèria tan important com és la Història Universal, que a mi m’ha interessat sempre. Era sacerdot i ho tenia tot resolt: la vida sense mals-de-cap familiars, la petita canongia universitària, les hores d’asseure’s a taula, passejar, de dormir, de fer el tresillo, i així mateix el sistema de la Història Universal. El seu llibre de text (no podia faltar) era el més extraordinari dels que han hagut l’empassar-se les incomptables generacions d’estudiants: era un monument, una obra mestra. Tot el curs de la història humana rodava entorn d’uns principis senzillíssims, com muntats sobre boles, i segons els quals hom demostrava, com dos i dos fan quatre, que els mals i les misèries de la humanitat venien dels enemics dels Papes i dels enemics de la Tradició espanyola.

Ara bé: un sistema semblant, que hauria pogut pre­sentar una certa grandesa teòrica —com la que tenen els seus il·lustres models providencialistes, el de Bossuet i el De Maistre—, en mans del doctor Martínez quedava reduït a les proporcions d’un rectoret de poble, dels temps (mai del tot descartats a casa nostra) que cristinos i carlins anaven a trets pels camps i les viletes d’Espanya, com els “bons” i els “dolents” dels contes per a infants. Per a nosaltres, els alumnes que ja coneixíem una mica de Vico i Hegel, de Macaulay i Taine, de Michelet i Mommsen, i fins de Croce i Albert Sorel, haver de fer rodar aquell sistema era un suplici. Ens feia el mateix efecte que les maquinàries estrambòtiques i complicades, per fer vistent i palpable el sistema astronòmic de Ptolomeu, que algun cop havíem vist exposades en algun gabi­net de Física, i on les coses es reduïen, en el fons, a posar per força la Terra al centre de l’Univers i fer que tot hi girés entorn. Només que en el sistema del doctor Martí­nez, si te’l miraves bé, veies que el centre era ell.

Em sap greu d’haver perdut el seu llibre de text, que avui, probablement, és introbable. En donaré, però, de memòria, una mostra que val per tota l’obra. Hi havia un capítol que tractava de la cultura a l’època elisabetiana anglesa. I en arribar a Shakespeare (encara en sembla veure la tipografia) la cosa anava així:

Guillermo Shakespeare (1564-1616).— Genio inmoral, de costumbres abyectas…”

Penso que no cal seguir. Girem full. […]

Agustí Calvet (Gaziel)
Tots els camins duen a Roma – I

.

.

.IMG_1998
.

.

Gaziel ens parla de la seva experiència d’estudiant a la Universitat de Barcelona, on hi cursà Dret i Filosofia i Lletres, entre el 1903 i el 1907. El cas que comenta, del doctor Martiniano Martínez, és només una de les perles del seu relat excel·lent i magnífic (com totes les seves Memòries) de la seva experiéncia universitària, amb tot una panòplia de personatges equiparables a aquest. Quan al cas Martiniano, efectivament, si consultem el llibre de text d’aquest no  podem més que ratificar els records de l’Agustí Calvet. Tan sols anar a la Introducció, on es fixen les línies mestres de l’obra, ens topem amb això:

.

“Nada diremos de la Revolución francesa y las sucesivas, consideradas como quiebra fraudulenta contra las libertades de los pueblos, pues Taine, en sus Origines de la France contemporaine, ateniéndose solamente á los hechos probados con documentos, juzga aquel hecho histórico, considerado por muchos como el origen de las libertades, con las pala­bras más duras que puede ofrecer la lengua de Boileau.”

.

Si avancem en l’obra i ens plantem a l’apartat en què es tracta del Renaixement i de la recuperació dels clàssics,  la qüestió no decau: 

.

.

IMG_1996VIII. El Renacimiento.—Dióse este nombre al movimien­to literario que en el siglo xv estudió con fruición y entu­siasmo los clásicos paganos, esforzándose por imitarlos en sus bellas formas, pero asimilándose al mismo tiempo algu­nas ideas de ellos. Esta dirección se inició en Italia, y se extendió á los países cultos; pero en ninguno con tanta delica­deza de formas y elevación de ideas como en España. Pro­ntamente, el renacimiento de los estudios clásicos en Italia fue coetáneo de la formación de su lengua. La lengua latina era usual y patria en esta península, por lo cual tardó en es­cribirse en prosa. La Universidad de Bolonia había dado doctos jurisconsultos romanos, pero ningún literato; así es que la lengua italiana no apareció formada hasta Dante Alighieri, de Florencia (1265), que en su obra maestra la Divina Co­media inmortalizó su nombre. Petrarca se hizo famoso por sus sonetos, con los cuales embelleció la lengua, escribiendo además sobre religión y po­lítica, censurando á los papas de Aviñón. Bocaccio formó con los anteriores el triunvirato italiano: su celebridad, aunque bien funesta por cierto, la debe al Decameron, conjunto de diez novelas, en las cuales, si rayó á gran altura por la belle­za de formas, riqueza de la lengua y brillantez de imágenes, en cambio, la moralidad quedó muy malparada. El egoís­mo más repugnante y la libertad más obscena del lenguaje fueron la enseñanza de aquella obra, que su autor quiso que­mar cuando era tarde. Bocaccio murió arrepentido en un convento.

El Renacimiento empezó con este triunvirato; pero cuando tomó una dirección clásico-pagana, que no vió bellezas más que en Horacio y Virgilio por ser antiguos, despreciando lo actual por nuevo, y sobre todo por su sabor cristiano (recedant nova, sint omnia antiqua, era su máxima), fué en el siglo xv, cuando apareció una generación de literatos enva­necidos con sus conocimientos, que tenían más de paganos que de cristianos.  Su único estudio eran los clásicos; su única ocupación, buscar las obras perdidas de éstos. Bracciolini, Lorenzo Valla, Filelfo y Leonardo Aretino fueron los principales representantes de este clasicismo. Cuando por la to­ma de Constantinopla se refugia­ron en Italia algunos literatos grie­gos, se unió la literatura griega á la latina. Teodoro de Gaza, Jorge de Trebisonda, Crisoloras y otros fueron recibidos con agasajo, in­vitándolos á enseñarles su lengua y sus obras. Los papas, los reyes de Napóles, los Médicis, Sforzas y todos los demás príncipes italia­nos rivalizaron á porfía en demos­trar su afición entusiasta por las bellas letras; en tanto, se olvidaba el estudio de la Teología y de las ciencias. Este renacimiento se extendió á Francia y á Alemania: aquí los literatos fueron paganos en el fondo y en la forma.

Martiniano Martínez Ramírez
Historia Universal

.

.

.

Gaziel - MemòriesGaziel

Tots els camins duen a Roma
Història d’un destí (1893-1914)
Memòries I

Les millors obres de la literatura catalana, 68
Edicions 62 i la Caixa
Barcelona, 1981

.

.

.

IMG_1996Martiniano Martínez Ramírez

Historia Universal

Saturnino Calleja Fernández

Madrid, 1910 (2ª edició)

.

.

.

.

.

 

 

.

D’Homer a Billie Holiday. Dos símils per a les penjades / els penjats

.

La pluie nous a débués et lavés,
Et le soleil desséchés et noircis.
Pies, corbeaux nous ont les yeux cavés,
Et arraché la barbe et les sourcils.
Jamais nul temps nous ne sommes assis
Puis çà, puis là, comme le vent varie,
A son plaisir sans cesser nous charrie,
Plus becquetés d’oiseaux que dés à coudre.
Ne soyez donc de notre confrérie ;
Mais priez Dieu que tous nous veuille absoudre !

François VILLON (1431 – 1463)
Epitaphe en forme de ballade (fragment)

.

.

.

[…] i nuà el llibant del vaixell de proa blavenca
a la columna gran i el tirà que cenyís la rotonda
alt i ben tes, de manera que els peus no toquessin a terra.
Com llavors que uns coloms o unes grives d’ala estirada
topen amb unes teles parades entre uns arbustos,
quan tornaven a jóc, i avorrible és el jaç que els rebia:
elles talment de rengle tenien els caps, cadascuna
amb un nus al seu coll, per morir de trista manera;
i debateren de peus un poc, val a dir que no gaire.
.
Odissea, XXII
Traducció (2ª) de Carles Riba

.

.

 

.

.

Una fruita estranya
Als arbres del sud hi ha una estranya fruita,
sang a les arrels i sang a les fulles.
La brisa del sud fa ballar les anques
de la fruita estranya que penja dels àlbers.
.
Bucòlica escena de l’intrèpid sud:
les boques torçades, bombolles els ulls.
Perfum de magnòlies xopes de rosada
i de sobte el tuf de la carn cremada.
.
Aquí hi ha una fruita que els corbs picaran,
que rebrà les pluges, que els vents xuclaran.
Podrida pel sol, caurà de les branques.
Aquí hi ha una fruita estranya i amarga.
.
Lewis Allan i Billie Holiday
Versió lliure de Pere Rovira
.

.

.

.

.

.

.

Southern trees bear a strange fruit,
Blood on the leaves and blood at the root,
Black bodies swinging in the southern breeze,
Strange fruit hanging from the poplar trees.

Pastoral scene of the gallant south,
The bulging eyes and the twisted mouth,
Scent of magnolias, sweet and fresh,
Then the sudden smell of burning flesh.

Here is fruit for the crows to pluck,
For the rain to gather, for the wind to suck,
For the sun to rot, for the trees to drop,
Here is a strange and bitter crop.

Abel Meeropol (Lewis Allan)

.

.

.

CODA:

.

Ballade des pendus

Sur ses larges bras étendus,
La forêt où s’éveille Flore,
A des chapelets de pendus
Que le matin caresse et dore.
Ce bois sombre, où le chêne arbore
Des grappes de fruits inouïs
Même chez le Turc et le More,
C’est le verger du roi Louis.

Tous ces pauvres gens morfondus,
Roulant des pensers qu’on ignore,
Dans des tourbillons éperdus
Voltigent, palpitant encore
Le soleil levant les dévore.
Regardez-les, cieux éblouis,
Danser dans les feux de l’aurore,
C’est le verger du roi Louis.

Ces pendus, du diable entendus,
Appellent des pendus encore.
Tandis qu’aux cieux, d’azur tendus,
Où semble luire un météore,
La rosée en l’air s’évapore,
Un essaim d’oiseaux réjouis
Par dessus leur tête picore,
C’est le verger du roi Louis.

Prince, il est un bois que décore
Un tas de pendus, enfouis
Dans le doux feuillage sonore.
C’est le verger du roi Louis !

Théodore de BANVILLE (1823 – 1891)

.

.

.

.

.

.

.

 

Nuccio Ordine. Manifest sobre La utilitat de l’inútil

.

 

Un llibre útil i necessari

 

 

.

.

Nuccio Ordine

Nuccio Ordine
(Diamante, Calàbria, 1958)

L’oxímoron evocat pel títol La utilitat de l’inútil mereix un aclariment. La paradoxal utilitat a què em refereixo no és la mateixa en nom de la qual es consideren inútils els sa­bers humanístics i, més en general, tots els sabers que no produeixen beneficis. En una accepció molt diferent i molt més àmplia, he volgut posar al centre de les meves reflexions la idea d’utilitat d’aquells sabers que tenen un valor essen­cial del tot aliè a qualsevol finalitat utilitarista. Existeixen sabers que són fins per si mateixos i que—precisament per la seva naturalesa gratuïta i desinteressada, allunyada de tot vincle pràctic i comercial—poden exercir un paper fona­mental en el conreu de l’esperit i en el desenvolupament ci­vil i cultural de la humanitat. En aquest context, considero útil tot allò que ens ajuda a fer-nos millors.

La utilitat de l'inútilPerò la lògica del benefici mina per la base les institucions (escoles, universitats, centres de recerca, laboratoris, mu­seus, biblioteques, arxius) i les disciplines (humanístiques i científiques) el valor de les quals hauria de coincidir amb el saber en si, al marge de la capacitat de produir guanys immediats o beneficis pràctics. És indubtable que molt so­vint els museus o els jaciments arqueològics poden ser tam­bé fonts d’extraordinaris ingressos. Però la seva existència, contràriament al que alguns voldrien fer-nos creure, no pot subordinar-se a l’èxit en la rendibilitat: la vida d’un museu o d’una excavació arqueològica, com la d’un arxiu o una bi­blioteca, és un tresor que la col·lectivitat ha de preservar ze­losament costi el que costi.

Per aquest motiu no és cert que en temps de crisi econò­mica tot estigui permès. D’igual manera que, per les ma­teixes raons, no és cert que les oscil·lacions de la prima de risc puguin justificar la sistemàtica destrucció de tot el que es considera inútil mitjançant el cilindre compressor de la inflexibilitat i de la retallada lineal de la despesa. Avui Eu­ropa sembla un teatre que diàriament exhibeix en el seu es­cenari sobretot creditors i deutors. […]

.

Nuccio Ordine
Inici de la Introducció a La utilitat de l’inútil. (Manifest)

.

.

.

.

11. L’ENCONTRE AMB UN CLÀSSIC POT CANVIAR LA VIDA

Tanmateix, no és possible concebre cap forma d’ense­nyament sense els clàssics. La trobada entre el docent i l’alumne pressuposa sempre un «text» del qual partir. Sen­se aquest contacte directe, els estudiants es veuran en difi­cultats per estimar la filosofia o la literatura i, al seu torn, els professors perdran l’oportunitat d’aprofitar al màxim les seves qualitats per despertar passió i entusiasme en els alumnes. Al capdavall es trencarà definitivament el fil que havia mantingut unides la paraula escrita i la vida, el cercle que havia permès als joves lectors aprendre dels clàssics a escoltar la veu de la humanitat fins i tot abans que, amb el temps, la vida mateixa els ensenyés a comprendre millor la importància dels llibres que ens han nodrit.

Les mostres de passatges escollits no són suficients. Una antologia no tindrà mai la força d’estimular reaccions que només la lectura íntegra d’una obra pot produir. I, dins del procés d’aproximació als clàssics, el professor pot exer­cir una funció importantíssima. N’hi ha prou amb fullejar les biografies o les autobiografies de grans estudiosos per descobrir gairebé sempre el record de la trobada amb un docent que, durant els estudis secundaris o superiors, va ser decisiu per orientar la curiositat cap a aquesta o aque­lla disciplina. Tots nosaltres hem pogut experimentar fins a quin punt la inclinació cap a una matèria específica ha estat suscitada, molt sovint, pel carisma i l’habilitat d’un professor.

L’ensenyament, de fet, implica sempre una forma de seducció. Es tracta d’una activitat que no pot considerar-se un ofici, sinó que en la seva forma més noble pressuposa una sincera vocació. El veritable professor, en definitiva, pren els vots. És per això que George Steiner ha fet molt bé de recordar-nos que l’«ensenyança de mala qualitat és, gairebé literalment, assassina i, metafòricament, un pecat». Una manera d’ensenyar mediocre, en efecte, «una pedago­gia rutinària, una forma d’instrucció que sigui, conscient­ment o no, cínica en els seus objectius merament utilitaris, són ruïnoses». L’autèntica trobada entre el mestre i l’alumne no pot prescindir de la passió i l’amor pel coneixement. «No s’adquireix coneixement—recordava Max Scheler, ci­tant Goethe—sinó d’allò que s’estima, i com més profund i complet hagi de ser el coneixement, tant més intens, fort i viu haurà de ser l’amor, o més aviat la passió». Però, per re­prendre el nostre fil conductor, la passió i l’amor, si de debò són genuïns, pressuposen en tot cas gratuïtat i desinterès: només en aquestes condicions la trobada amb un mestre o amb un clàssic podrà canviar veritablement la vida de l’es­tudiant o del lector.

.

Nuccio Ordine
La utilitat de l’inútil (Manifest)

.

.

.

La utilitat de l'inútilNuccio Ordine

La utilitat de l’inútil
Manifest
Amb un assaig d’Abraham Flexner
Traducció de l’italià i l’anglès de Jordi Bayod
Quaderns Crema. Barcelona, 2013
ISBN: 9788477275534

.

.

.

Robert Saladrigas ens parla de Seferis, que ens diu que llegeix Homer

.

.

.

.

AL PIE DE LAS LETRAS

MONÓLOGO CON

GIORGIOS SEFERIS

.

Hace ya algún tiempo que tuve la oportunidad de mantener una prolongada charla con el poeta Giorgios Seferis, galardonado en 1963 con el Nobel de Literatura. Nos hallábamos en el apogeo de la estación veraniega. El verdor de la campiña había perdido ya el cromatismo intenso que ostenta en primavera. Los campos sedientos parecían suplicar el beneficio de la lluvia, angustiados bajo la fortaleza de un sol radiante, en rigor poco justiciero. Ha transcurrido un buen puñado de meses desde entonces. Ahora leo que el régimen griego ha negado el pasaporte a Giorgios Seferis, como represalia por la actitud hostil del poeta respecto a los cauces antidemocráticos seguidos por el Gobierno de los coroneles. Trato de imaginar de qué manera habrá reaccionado ante este nuevo golpe del infortunio político. Y tan sólo consigo reactualizar su vozarrón nervioso de hombre que rehuye el circunloquio, su hablar punzante y de inflexiones suaves, como si dominara su natural, por temor a dañar los oídos del interlocutor.

—Me separé de la política activa a raíz de los acontecimientos de mayo del 67. Aquello significó un revés brutal para todo hombre que ame la libertad, y yo no supe adoptar otra actitud que la de solicitar la excelencia. Desde entonces no le resulta fácil a un griego opinar en materia política. ¿A qué dedico tantas horas a mi disposición? Puede suponerlo. Bueno, quizá no. Escribo poco, prácticamente nada, y leo mucho. La poesía joven la conozco apenas. El poeta actual más joven que leo y releo una y otra vez, sin sentir la menor fatiga, es Homero, el único poeta auténticamente grande que ha dado la historia. Me viene a la memoria aquella frase de Chenier: «Han pasado tres mil años sobre las cenizas de Homero; y tras esos tres mil años, Homero sigue siendo respetado, sigue joven de gloria y de inmortalidad». No lo tome por chochez de viejo, pero no creo que esté usted ahora en condiciones de comprender el significado profundo que encierran estas palabras. Se necesitan años, muchos años de experiencia y sufrimientos para aprender a meditarlas pacientemente, noche tras noche, hasta dar con el secreto de su verdadera dimensión.

…..El señor Seferis estuvo adscrito durante la mayor parte de su vida a la carrera diplomática. Pasó por las cancillerías de El Líbano, Siria y Londres, y más tarde se refugió con su inconformismo en esta casita de dos plantas, de fachada encalada, que ostenta festones de ladrillo rojo en los marcos de balcones y ventanas, con un breve jardín que simula protegerla con parapetos de anémonas exuberantes, hortensias fastuosas, claveles de hojas anaranjadas y de un senderillo, que conduce hasta la verja, bordeado de rododendros floridos. Aquí medita el poeta la frase de Chenier, y relee a Homero, y se embebe con los poemas floreados de Claudel, y sus ojos negros y sus carnes ya fláccidas, restos de una orondez que va perdiendo paulatinamente sus rasgos más acusados, se estremecen al contacto con la atmósfera sólo límpida en apariencia.

—Mi poesía gira en torno a una temática obsesiva que encarna al hombre. Es así porque, a pesar de todo cuanto he vivido, creo en él, en su aptitud para transformar el mundo, para modelarlo y humanizarlo partiendo de sí mismo. El ser humano posee valores inalterables, indestructibles, que le elevan por encima de la naturaleza y le obligan a profesar, antes o después, la fe en su propia capacidad de redención. Esta fe es la única capaz de salvarlo y de salvarnos. No se trata de un sofisma, ni creo que olvido los factores negativos que condicionan al hombre, y que a juzgar por las circunstancias que coartan a mi pueblo, a las tierras vietnamitas, al martirizado Oriente Medio, a Camboya, África del Sur y tantos rincones de esta Tierra nuestra, parecen ser los únicos que gozan de poder suficiente para encauzar el destino trágico de la humanidad, pero me resisto  a creer que todo se halle irremisiblemente perdido y debamos pensar en la posibilidad de una catástrofe nuclear, que arrase nuestra civilización caduca para levantar sobre sus cenizas un mundo mejor. ¡No puedo admitirlo! ¡No puedo, eso es todo! 

…..Seferis se aferra con todas sus fuerzas al humanismo para defenderse del desaliento. Me hablaba del pueblo; de su pueblo. Y sus ojos adquirían un extraño fulgor acuoso. El sufrimiento y la humillación del pueblo le mantenían literalmente en vilo. Sabía que el lirismo constituía una pirueta inútil, un lujo improcedente en las circunstancias actuales. Me confesaba su impotencia material para escribir una sola letra. Lo entendí, naturalmente. Seferis es parte integrante del pueblo en esta su hora nona. Sufre en él y con él, y su pluma, como tantas otras, ha enmudecido para dejar que se perciba, con mayor diafanidad, el latido vehemente del pueblo griego.

.

Robert Saladrigas
Revista Destino. n º 1.750 (juny 1970)

.

Seferis a la Fira del Llibre (Feria del Libro) de Barcelona, del 1964
Foto: Kike Pérez de Rozas.
Destino, nº 1.415, 19setembre 1964

.
.
L’any següent, en la mateixa secció “Al pie de las letras”, de Destino, Robert Saladrigas feia l’obituari de Seferis i el concloïa amb les següents paraules:

.

.

…..Fue un admirador a ultranza de Homero, y, como Ulises, recorrió el mundo y extrajo de él las sustancias de las que había de nutrirse su poesía. Toda su vida, en la carrera diplomática dentro de la cual alcanzó las cotas más altas y en su comportamiento civil, constituye el claro testimonio de un liberal de secular tradición democrática. Theodorakis transformó muchos de sus poemas en canciones que el pueblo griego canta hoy con más pasión y lucidez que nunca lo hiciera. Giorgos Seferis, el Poeta, ha muerto. La nave de Ulises ha atracado una vez más en el puerto de la Isla Perdida. Grecia ha visto desaparecer un testimonio cívico de proyección internacional. Seferis, el Poeta, ha reencontrado a Homero.

.

Robert Saladrigas

.

.
.
.
.

.

.

Salvat-Papasseit: els rems d’Homer i els aeroplans frenètics de Marinetti

.

I també l’aeroplà
que em fa aixecar el cap
el mateix que em cridés una veu d’un terrat.

Tot l’enyor de demà
J.Salvat-Papasseit

.

I el que és a tu, et donaré un consell de raó, si em vols creure:
amarina un vaixell de vint rems, el més apte que tinguis

Odissea, I, 279-280
Traducció (2ª) de Carles Riba

.

.

.

.

Contra els poetes amb minúscula

.

Primer manifest català futurista

.

.

1. Cerqueu arreu arreu de la nostra península d’Ibèria —Catalunya, Castella, Galícia-Portugal, Andalusia, Euskadi— i enlloc no trobareu aquesta grossa empenta de nomenats Poetes com aquí entre nosaltres catalans. Separats com estem amb la resta d’Espanya per la nostra cultura superior i cremant (cal recordar la influència més que funesta avui als espanyols del Valle-Inclán el “chivo” i del Rubén Darío, gats de vi inflats de vent que és tota la cultura hispanoamericana), ens havem deixat dur per la mateixa empenta, i perquè ells no valien, havem també nosaltres prescindit de valer. Després de Maragall, Poeta ple de fe i de romanticisme, que és el que més escau a tot Poeta, no es troba a Catalunya un Poeta veritat i representatiu. Quan la cosa bé vol dir que encara que es publiquin trenta o quaranta llibres de versos tots els anys, la majoria inèdits, joves apareguts de suara mateix, no per això es mou res entre nosaltres en un aspecte nou, ni sincer, ni valent.

“Homer, si va cantar els rems de la victòria, fou perquè en els seus temps per la força dels rems s’obtenien victòries…”
Museu Britànic. Londres

2. Coneixem el poeta qui publica cada any un o un parell de llibres, proesa matemàtica encara que no ragi; coneixem el poeta qui a dotze anys ja escrivia com Bernat Metge ho feia, i avui ja no en parlem; coneixem el poeta qui jutja dels demés per si saben o no embrutar trenta fulls a tall com ho faria la màquina d’escriure, que vol dir que ell els omple o que ell es veu capaç d’omplir-ne més i tot; coneixem el poeta que vota per a que un llibre deixi de publicar-se si no n’admet l’Església el contingut, i en coneixem cent més que així s’hi afegirien; perquè la qüestió és viure, arreplegar el que es pugui i que es tracta d’això precisament. Però no coneixem, fora d’aquests que hem dit i als quals el blanc rebost els ha fet que perdessin tota altivesa digna de Poetes, cap Poeta de veritat, ni modern del temps nostre, ni soldat cavaller, i a fe que ens fa una falta que s’acosta a l’angoixa.

3. Entre els pecats mortals que els teòlegs castiguen, hi falta aquest enorme que no mereix perdó i que és el convertir-se en homes pràctics: aquells bons cristians que es feren amb Jesús, no ho saberen mai ésser. Aquests poetes nostres s’han penyorat l’espasa pel bastó de passeig, lliberaran un dia Catalunya amb una reverència. La suor que acompanya a les comoditats els ha ablanit la lira. És així que hom no hi troba ni la virior de Whitman, ni l’alè de D’Annunzio, ni el batec tremolós, imperceptible quasi, però etern, de les nines d’Homer. No sabríem entendre la petja del Poeta sinó en la dignitat que hi deixa segellada. Perquè com l’entendríem sinó en una actitud de dignitat? Si tinguéssim Poeta, aquest seria, amics, un home independent. Potser, potser i tot, fins ni escriuria versos… Cada gest d’aquest home, cada mot d’aquest home seria com un vers. Signaria una ratlla, i aquesta sola ratlla podria no pertànyer a cap alexandrí, podria no sonar a les pobres orelles dels doblegats versaires a preu fet, però amb aquesta ratlla tindríem un Poema. Si tinguéssim Poeta no hi hauria editor que llancés gastaments.

Mario Sironi (1885-1961) L’aeroplano – 1916

4. Recomanem encara aquell nostre treball que vàrem titular “Concepte del Poeta”. El Poeta d’avui és el Poeta d’avui i no el d’ahir. Per molt que se’ns repliqui que hi ha quelcom que espera ésser cantat tots els temps, l’extàtic clar de lluna malaltís, nosaltres preferim, sense fugir d’això si ens és indispensable, cantar l’home ferreny qui es capbussa en les ones, a la platja o a alta mar, el que s’ha capbussat tota la vida i el que es capbussarà tota la vida. Homer, si va cantar els rems de la victòria, fou perquè en els seus temps per la força dels rems s’obtenien victòries; en Marinetti avui cantarà els cuirassats, els aeroplans frenètics i les boques de foc dels monstruosos canons. Lliurarem Catalunya per la força dels rems?

5. Jo us invito, poetes, a que sigueu futurs, és a dir, immortals. A que canteu avui com el dia d’avui. Que no mideu els versos, ni els compteu amb els dits, ni els cobreu amb diners. Vivim sempre de nou. El demà és més bell sempre que el passat. I si voleu rimar, podeu rimar: però sigueu Poetes, Poetes amb majúscula: altius, valents, heroics i sobretot sincers.

Barcelona, juliol 1920

.

Joan Salvat-Papasseit

.

.

.

.

.

Ios, la tomba d’Homer; Ió, la vedella boja perseguida per un tàvec; i la guerra entre Àsia i Europa: de Josep Piera a Roberto Calasso

.

.

.

Josep Piera i Rubió (Beniopa, La Safor, 30 de maig de 1947)

Ios? A la meua memòria personal, com a la de qualsevol lector de poesia o estudiant de lletres, Ios és el nom de l’illa on els llibres diuen que va morir Homer.  Açò, que actualment suposarà un reclam turístic com un altre  —les illes gregues totes tenen algun personatge rellevant a presentar al viatger—, no deixa d’excitar-nos la imaginació. Pensar, ara, mentre les roques despullades de la costa s’insinuen, que en aquestes soledats resseques —potser fa uns tres mil anys Ios fos un jardí— s’esgotava la vida del poeta, ens meravella i ens parla, més enllà del silenci dels segles, del sentit profund de la paraula poètica, com aquesta omplí de vida aquest terranc.

Ios? ¿Existeix alguna relació entre aquesta Ios, tomba d’Homer, i la mítica Io? De fa uns anys que vaig aficionar-me a una sèrie de lectures al voltant de les mitologies i els símbols de les antigues religions, més pels aspectes meravellosos i poètics d’aquests llenguatges o mons, que no per llur possible transcendència. Així, no sols vaig cabussar-me pels famosos escrits de J. G. Frazer, Georges Dumezil, Mircea Eliade i Robert Graves, entre d’altres, sinó que vaig arribar a llegir alguns llibres estranys que l’atzar m’oferí pels prestatges polsosos d’algunes llibreries de vell. És d’aquesta manera que he après el joc aquest de les comparances, un pur plaer mental per omplir navegacions solitàries, com la d’ara.

Segons la mitologia grega, Io va ser una bella princesa de sang reial que, amada per Zeus, aquest va convertir en una vedella blanca per amagar-la a la gelosa Hera, la seua muller. Transformada en jònega, Io anava errant per les terres de l’Hèl·lade que li regalaven pastura tendra en passar, i de tant en tant el déu la visitava sota forma de brau per satisfer el seu desig apassionat. Així va ser com Io acabà per arribar a Egipte, on, després de recuperar la seua joventut humana, va parir un fill de Zeus i esdevingué reina de les riberes del Nil, essent venerada amb el nom d’Isis. D’aquesta manera és com l’errabunda i blanca vedella dels grecs va assolir entre els egipcis la més alta de les dignitats. Isis, dea de la màgia, esposa d’Osiris, mare del sol, dominadora de les forces nocturnes, que regna sobre el mar, sobre els fruits de la terra i els morts, és tinguda pel principi femení universal i representada igualment en forma de vaca. Fins ací, l’estricta i esquemàtica doble narració del mite. ¿Però quin símbol representa? La resposta vaig trobar-la en un volum de teosofia, d’un tal Roso de Luna, titulat Simbología arcaica. Io o Isis són la lluna. Però no acaba ací l’al·legoria. Io representa, segons les doctrines secretes de H. P. Blavatsky, la columna i el cercle, la unió dels contraris, el principi i la fi, el mascle i la femella, el membre viril i la matriu, el bou i la vaca, l’androgin perfecte, el número deu. Io és el nom jeroglífic del déu primordial (IOH, IAO) que du finalment al Jehovà dels jueus.

Per tant, si seguim aquests camí de mots, podríem dir que Homer, poeta primigeni, profeta dels pagans, paraula dels divins, home concret o mite, fou traslladat a millor vida dels braços de la lluna, senyora de la llum. No seria cap atzar, així, el que feu morir Homer a Ios, sinó la suprema voluntat dels déus que escolliren l’indret perfecte per a rebre la immortalitat del poeta.

Cap a Ios, doncs, per la mar infecunda, espaiosa, a l’aventura de l’ona, amb la cara mullada d’esguits salnitrosos i el vent entre els cabells com a carícia invisible, voltat de gent com jo que va i ve per aquest Egeu plàcid. Cap a Ios, una nova illa, un altre món, un misteri o paraula que aviat s’obrirà talment una magrana. Són les Cíclades, el blanc arxipèlag, transparent i melòdic. Ios?

.

Josep Piera

.

.

.

Josep Piera

Estiu grec

Edicions Destino

Barcelona, 1985

ISBN 8423313654

.

.

.

.

[…] Aquella vedella era Ió, rebesàvia d’Europa. 

Roberto-Calasso

Roberto Calasso (Firenze, 1941)

També la seva havia estat una història de metamorfosi i de rapte. Torturada per un tàvec, en incessant vagareig angoixós, havia travessat tots els mars. Fins i tot a un d’ells, el que mira a Itàlia, li havia donat el su nom. L’amor de Zeus li havia comportat follia i maledicció. Tot havia començat amb uns somnis estranys, quan Ió era sacerdotessa a l’Herèon d’Argos, el santuari més antic, el lloc que donava la mesura dels dies: durant molt de temps els grecs comptaven els anys tot fent referència a la successió de sacerdoteses de l’Herèon. Els somnis xiuxiuejaven l’amor ardent de Zeus per ella. I li aconsellaven que anés a les praderes de Lerna, on pasturaven bous i moltons del seu pare. Que no fos més sacerdotessa consagrada a la deessa, sinó bèstia consagrada al déu, com aquelles que vagaven lliurement pel recinte del santuari: així la volien els somnis. I així esdevingué. Però el santuari s’estengué un dia al món sencer, als seus mars immensos, que ella havia de creuar sense treva, sempre fiblada per l’horrible tàvec. I com més ampli era l’horitzó, més dura era la persecució. I quan va trobar-se amb un altre turmentat, Prometeu, desitjava més que res morir,  i no sabia que es trobava cara a cara amb un ésser que sofria com ella sense l’esperança de la mort. Però igual que per a Prometeu, també per a ella arribaria l’alliberament del turment. Un dia, que aplegà a Egipte, Zeus l’acaricià amb la seva mà. Aleshores, l’embogida vedella prengué forma humana i s’uní al déu. En record d’aquell instant posà al seu fill el nom d’Èpaf, que vol dir toc suau de mà, Èpaf esdevingué més tard rei d’Egipte, i es deia que era el bou Apis.

[…]

Però, com havia començat tot? Si hom vol història, és la història de la discòrdia. I la discòrdia neix del rapte d’una donzella, o del sacrifici d’una donzella. I l’un i l’altre s’interfereixen contínuament. Foren els «llops mercaders» desembarcats de Fenícia els qui raptaren, a Argos, la tauropárthenos, la «verge consagrada al brau» anomenada Ió. Com un senyal que ve de les muntanyes, aquest fet va encendre la foguera de l’odi entre dos continents. D’aleshores ençà Europa i Àsia estan en guerra, i van a cop darrere cop. Així els cretencs, «senglars de l’Ida», raptaren a Àsia la donzella Europa. Retornaren a la pàtria en un vaixell amb forma de brau. I oferiren Europa com a esposa a llur rei Asteri. Aquest nom celesgial també fou el nom d’un nét d’Europa: aquell jove amb el cap de brau que vivia al centre del laberint, tot esperant les víctimes. Més sovint l’anomenaren Minotaure.

Però com havia començat tot? Quan arribaren a l’Argòlida, els mercaders fenicis passaren cinc o sis dies tot venent llur mercaderia, que portaven del mar Roig, d’Egipte i d’Assíria. La nau era ancorada, i a la ribera la gent del país mirava, tocava, examinava aquells objectes produïts en llocs tan llunyans. Les últimes mercaderies encara no eren venudes quan arribà un grup de dones, i entre elles Ió, filla del rei. Continuaven examinant i comprant. Sobtadament els mariners mercants se’ls llançaren al damunt. Algunes aconsegiren fugir. Però Ió i d’altres foren raptades. Aquest és el rapte al qual respongueren després els cretencs quan robaren a Fenícia la filla del rei, Europa. Els fenicis tanmateix expliquen la història d’una altra manera: Ió s’hauria enamorat del comandant de la nau estrangera. Estava ja encinta, i se n’avergonyia, quan decidí ella mateixa d’embarcar-se amb els fenicis.

D’aquests esdeveniments nasqué la història: el rapte d’Helena i la guerra de Troia, com també, temps abans, l’expedició de la nau Argos i el rapte de Medea són anelles de la mateixa cadena. Una atracció oscil·lava entre Àsia i Europa: a cada oscil·lació una dona i, amb ella, un estol de rapinyadors passava d’una vora a l’altra del mar. Tanmateix Heròdot observà que hi havia una diferència entre les dues parts: «Ara, raptar dones és considerat obra del malfactors, però preocupar-se de dones raptades és cosa de beneits, mentre que de persones assenyades és no fer cabal dels raptes, perquè és evident que si no haguéssin volgut no haurien estat raptades.» Els grecs no es captingueren assenyadament: «Per una dona d’Esparta aplegaren una gran expedició i, després, arribats a l’Àsia, enderrocaren el poder de Príam.» D’aleshores ençà no ha acabat la grerra entre Àsia i Europa.

.

Roberto Calasso

.

.

Roberto Calasso

Les noces de Cadmos i Harmonia

Traducció de Joan Castellanos i Eulàlia Roca

línia d’ombra, 18

Edicions B. Barcelona, 1990

ISBN: 9788440612946

.

.