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Navegar és necessari, viure no és necessari: L’Ulisses (suposadament) nietzscheà de D’Annunzio, amb un contrapunt de Gozzano (i una anotació de Pijoan sobre l’heroi en Maragall)

 

Estant per salpar, es desferma un gran vent i els pilots vacil·len;
però ell [Pompeu] s’embarca el primer i, donant ordre que llevin l’àncora,
exclama: «Navegar és necessari, viure no és necessari!»

Plutarc
Vides Paral·leles, III, V : Pompeu (51.2)
Traducció de Carles Riba

 

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EXPLICIT LAUS VITÆ

Madre, Madre, fa che più forte
e lieto io sia, quando la voce
del dèspota ch’io ben conosco,
che udii tante volte, la maschia
voce nel mio cor solitario
griderà: “Su, svegliati! È l’ora.
Sorgi. Assai dormisti. L’amico
divenuto sei della terra?
Odi il vento. Su! Sciogli! Allarga!
Riprendi il timone e la scotta;
ché necessario è navigare,
vivere non è necessario.

Gabriele D’Annunzio
Laudi

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Gabriele d’Annunzio (1863 – 1938)

Incontrammo colui
che i Latini chiamano Ulisse,
nelle acque di Leucade, sotto
le rogge e bianche rupi
che incombono al gorgo vorace,
presso l’isola macra
come corpo di rudi
ossa incrollabili estrutto
e sol d’argentea cintura
precinto. Lui vedemmo
su la nave incavata. E reggeva
ei nel pugno la scotta
spiando i volubili venti,silenzioso; e il pìleo
tèstile dei marinai
coprìvagli il capo canuto,
la tunica breve il ginocchio
ferreo, la palpebra alquanto
l’occhio aguzzo; e vigile in ogni
muscolo era l’infaticata
possa del magnanimo cuore.

E non i tripodi massicci,
non i lebeti rotondi
sotto i banchi del legno
luceano, i bei doni
d’Alcinoo re dei Feaci,
né la veste né il manto
distesi ove colcarsi
e dormir potesse l’Eroe;
ma solo ei tolto s’avea l’arco
dell’allegra vendetta, l’arco
di vaste corna e di nervo
duro che teso stridette
come la rondine nunzia
del dì, quando ei scelse il quadrello
a fieder la strozza del proco.
Sol con quell’arco e con la nera
sua nave, lungi dalla casa
d’alto colmigno sonora
d’industri telai, proseguiva
il suo necessario travaglio
contra l’implacabile Mare.

“O Laertiade gridammo,
e il cuor ci balzava nel petto
come ai Coribanti dell’Ida
per una virtù furibonda
e il fegato acerrimo ardeva
“o Re degli Uomini, eversore
di mura, piloto di tutte
le sirti, ove navighi? A quali
meravigliosi perigli
conduci il legno tuo nero?
Liberi uomini siamo
e come tu la tua scotta
noi la vita nostra nel pugno
tegnamo, pronti a lasciarla
in bando o a tenderla ancóra.
Ma, se un re volessimo avere,
te solo vorremmo
per re, te che sai mille vie.
Prendici nella tua nave
tuoi fedeli insino alla morte!„
Non pur degnò volgere il capo.

Come a schiamazzo di vani
fanciulli, non volse egli il capo
canuto; e l’aletta vermiglia
del pìleo gli palpitava
al vento su l’arida gota
che il tempo e il dolore
solcato aveano di solchi
venerandi. “Odimi„ io gridai
sul clamor dei cari compagni
“odimi, o Re di tempeste!
Tra costoro io sono il più forte.
Mettimi alla prova. E, se tendo
l’arco tuo grande,
qual tuo pari prendimi teco.
Ma, s’io nol tendo, ignudo
tu configgimi alla tua prua.„
Si volse egli men disdegnoso
a quel giovine orgoglio
chiarosonante nel vento;
e il fólgore degli occhi suoi
mi ferì per mezzo alla fronte.

Poi tese la scotta allo sforzo
del vento; e la vela regale
lontanar pel Ionio raggiante
guardammo in silenzio adunati.
Ma il cuor mio dai cari compagni
partito era per sempre;
ed eglino ergevano il capo
quasi dubitando che un giogo
fosse per scender su loro
intollerabile. E io tacqui
in disparte, e fui solo;
per sempre fui solo sul Mare.
E in me solo credetti.
Uomo, io non credetti ad altra
virtù se non a quella
inesorabile d’un cuore
possente. E a me solo fedele
io fui, al mio solo disegno.
O pensieri, scintille
dell’Atto, faville del ferro
percosso, beltà dell’incude!

G. D’Annunzio
Maia, canto IV

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L’Iddio che a tutto provvede
poteva farmi poeta
di fede; l’anima queta
avrebbe cantata la fede.

Mi è strano l’odore d’incenso:
ma pur ti perdono l’aiuto
che non mi desti, se penso
che avresti anche potuto,

invece di farmi gozzano
un po’ scimunito, ma greggio,
farmi gabrieldannunziano:
sarebbe stato ben peggio!

Buon Dio, e puro conserva
questo mio stile che pare
lo stile d’uno scolare
corretto un po’ da una serva.

[…]

Guido Gozzano
L’altro

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Guido Gozzano (1883 – 1916)

Ulisse naufraga…a bordo d’un yacht


Il Re di Tempeste era un tale

che diede col vivere scempio
un bel deplorevole esempio
d’infedeltà maritale,
che visse a bordo d’un yacht
toccando tra liete brigate
le spiagge più frequentate
dalle famose cocottes.
Già vecchio, rivolte le vele
al tetto un giorno lasciato,
fu accolto e fu perdonato
dalla consorte fedele…
Poteva trascorrere i suoi
ultimi giorni sereni,
contento degli ultimi beni
come si vive tra noi…
Ma né dolcezza di figlio,
né lagrime, né la pietà
del padre, né il debito amore
per la sua dolce metà
gli spensero dentro l’ardore
della speranza chimerica
e volse coi tardi compagni
cercando fortuna in America…
-Non si può vivere senza
danari, molti danari…
Considerate, miei cari
compagni, la vostra semenza!-
Vïaggia vïaggia vïaggia
vïaggia nel folle volo:
vedevano già scintillare
le stelle dell’altro polo…
Vïaggia vïaggia vïaggia
vïaggia per l’alto mare:
si videro innanzi levare
un’alta montagna selvaggia…
Non era quel porto illusorio
la California o il Perù,
ma il monte del Pirgatorio
che trasse la nave all’in giù.
E il mare sovra la prora
si fu richiuso in eterno.
E Ulisse piombò nell’Inferno
dove ci resta tuttora…

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Guido Gozzano

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Josep Pijoan (1879 – 1963)

He dit amb tota intenció que l’Oda a Barcelona i el Cant espiritual van ésser les últimes poesies verament maragallianes, perquè encara va publicar altres coses, però semblen més aviat una recaiguda que un progrés. Em refereixo especialment a la Nausica i els Himnes homèrics. En la Nausica la gran figura d’Ulisses queda disminuïda, sembla un bon burgès, que té ànsia de tornar a casa a envellir-se a la vora del foc amb la dona i les criatures. No hi ha tragèdia, doncs, en l’enamorament de la Nausica. I això és més lamentable perquè l’Ulisses modern ja no és el de l’Odissea, sinó que ha passat pel cant 26 de l’Infern de Dant; és l’heroi del Tennyson i del D’Annunzio, que no poden aturar ni la dolcesa dels fills ni la pietat del pare, ni el degut amor a la muller. Vol tornar-se expert del món, mai no en té prou:

e degli vizi umani e del valore

I li diria a l’Ulisses d’en Maragall:

Joan Maragall (1860 – 1911)

considerate la vostra semenza
fatti non foste a viver come brutti
ma per seguire virtude e conoscenza.

Aques Ulisses romàntic és l’únic que avui podia enamorar Nausica encara que fos vell i amb el cos cobert de nafres. Navigare è necessario — vivere non è necessario, diu D’Annunzio; l’Ulisses d’en Maragall està tip de córrer món. Sorprèn un tal error d’en Maragall… Herois, homes i déus segueixen la mateixa marxa ascendent, viuen en la consciència de la humanitat i canvien com ella; els poetes han de donar-los canviats segons corren les centúries. Tot l’antic era nou mentre vivia... tot el viu ha d’ésser nou dia per dia.

[…]

Josep Pijoan
El meu Joan Maragall

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