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Posts Tagged ‘Italià’

Pasolini, en la mort d’Hèctor

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EL CRIT D’HÈCTOR A HELENO
(A Cremona el ’33)
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El grec paisatge amb el Xanto
i l’Ida, en un blau febril brilla.
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El crit d’Hèctor a Heleno, i la ferocitat
de Minerva, la deessa favorita,
em turmenten: no vull que la llança
d’Hèctor caigui en va a la sorra!
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Tot sol, a la plana polsosa,
ell es mou amb l’ardor perfecta
de l’armadura… I a mi encara
em cohibeix l’Heroi, l’Espòs, a punt
de morir, tan sol.
……………………………..En la seva mort
ara sé que al pit m’esclatava
amor.

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Pier Paolo Pasolini
Carrer dels amors
Traducció de Lucia Pietrelli

Pasolini

Pier Paolo Pasolini (Bolonya, 1922 – Òstia, Roma, 1975)

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L’URLO D’ETTORE A ELENO
(A Cremona nel ’33)
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L’ellenico paesaggio con lo Xanto
e l’Ida, in un febbrile azzurro splende.
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L’urlo d’Ettore a Eleno, e la ferocia
di Minerva, la dea prediletta,
mi angosciano: non voglio che la lancia
d’Ettore cada a vuoto sulla rena!
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Solo, nella pianura polverosa,
egli si muove col perfetto ardore
dell’armatura… E a me fa ancora
soggezione l’Eroe, lo Sposo, in punto
di morte, così solo.
…………………………….Alla sua morte
ora so che nel petto mi esplodeva
amore.

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Pier Paolo Pasolini
(Via degli Amori, 1946)

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lucia_pietrelli

Lucia Pietrelli (Candelara, Itàlia, 1984)

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pasolini-quaderns-de-versaliaPier Paolo Pasolini

Quaderns de Versàlia, VI

Sabadell, 2016

ISBN : 9788461752133

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La Ilíada, l’Odissea, el Gènesi i l’Èxode. Piero Boitani

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MoisèsL’Iliade e l’Odissea, la Genesi e l’Esodo sono le pietre di fondazione della nostra letteratura e del nostro intero immaginario. L’Odissea e la Bibbia, in particolare, hanno un disegno in buona parte parallelo: la prima è la storia di un uomo che vuole tornare a casa dopo una lunga assenza e ricongiungersi a sua moglie, suo figlio, suo padre, e che è destinato a riprendere il viaggio per trovare una terra che non conosce il mare. La seconda è la storia di un popolo che, caduto in schiavitù ed esiliato, cerca di tornare nel paese dei padri, nella Terra Promessa, e che, una volta ritornato, è costretto a riprendere più volte il cammino: esiliato di nuovo, gli viene promesso un altro ritorno. L’Odissea può divenire viaggio di esplorazione e di scoperta, erranza di ricerca e persino di perdizione. Genesi ed Esodo sono l’errare alla ricerca di Dio, l’emigra­zione, la diaspora, lo smarrimento e la caduta perenni, costante rinascita e rinnovata aspirazione al compimento.

L’ombra di un parallelo fra Odissea ed Esodo viene intravista già da uno dei primi Padri della Chiesa cristiana, Clemente di Alessandria, quando, forse seguendo un’esegesi già stabilita negli ambienti giudaico-ellenistici della sua città, descrive nel Protreptikos — l’Esortazione ai Greci — il popolo di Israele errante nel deserto a causa della propria mancanza di fede e, subito dopo, il «vecchio di Itaca» vagabondo per il mare, deside­roso non dell’immortalità, della verità, della Luce della patria celeste, ma soltanto di vedere il fumo della sua terra. E se Clemente intuisce il rapporto quasi figurale fra una vicenda e l’altra sulla soglia tra la fine di un’epoca e l’inizio di un’altra, più vicino a noi, ancora sul limitare tra due ere, James Joyce ha intrecciato nel suo Ulisse l’Odissea e la Bibbia, il ritorno ad Itaca e l’Esodo, in maniera vivificante e “comica” nel più alto senso della parola. […]

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Piero Boitani
Esodi e Odissee (p. 110)

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Boitani - Esodi e OdisseePiero Boitani

Esodi e Odissee

Liguori Editore. Napoli, 2004

ISBN: 9788820737351

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Com Penèlope, d’Stecchetti, sonet versionat pel metge i poeta Ramon E. Bassegoda

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SONET

TRADUCCIÓ DEL ITALIÁ STECHETTI

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Ramon E Bassegoda

Ramon E. Bassegoda

Com Penélope ets tu qu’els ulls inclina
anch que ‘l temor no sia en sa mirada,
qu’ á la calumnia vil i descastada
li fa cara ab virtut casi divina.
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D’amigues deslleials, la viperina
llengua qu’ honres desfá, t’ha respectada;
tu no semblas de carn, Deu t’ha donada
l’augusta magestat d’una regina.
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De tes formes quan fuig la escayent vesta
que superba en la dansa sols lluhi’
y á ton esguart, glassat el desitx resta;
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com Penélope ets tu que sabs teixi’
durant el jorn ton vel de dona honesta
per esquinsarlo á mitxa nit ab mi.
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R. E. Bassegoda

(Publicat a Quatre Gats. 23 de febrer de 1899).

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Lorenzo Stecchetti

Lorenzo Stecchetti

Penelope sei tu che il ciglio china
Ma che non china il viso intemerato,
Che la calunnia, i proci ed il peccato
Sfida colla virtù quasi divina.

Tu delle amiche tue fin la caina
Lingua e l’invido dente han rispettato.
Tu non sembri di carne. Iddio t’ ha dato
La sacra maestà d’una regina.

La veste meno che il pudor ti vela
Quando superba nelle danze vai,
Ed un tuo sguardo il desiderio gela.

Penelope sei tu, che tesser sai
A mezzogiorno la tua bianca tela
E meco a mezzanotte la disfai.

Lorenzo Stecchetti [Olindo Guerrini]

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«L’uomo ricco d’astuzie raccontami, O Musa, che a lungo errò…» Invocació de l’Odissea segons Rosa Calzecchi Onesti

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L’uomo ricco d’astuzie raccontami, o Musa, che a lungo

errò dopo ch’ebbe distrutto la rocca sacra di Troia;

di molti uomini le città vide e conobbi la mente,

molti dolori patì in cuore sul mare,

lottando per la sua vita e pel ritorno dei suoi.

Ma non li salvò, benché tanto volesse,

per loro propria follía si perdettero, pazzi!,

che mangiarono i bovi del Sole Iperíone,

e il Sole distrusse il giorno del loro ritorno.

Anche a noi di’ qualcosa di queste avventure, o dea, figlia di Zeus.

rosa-calzecchi-onesti-da-bresciaoggi

Rosa Calzecchi Onesti (Milano, 1916 – Milano, 2011)

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Odissea, I, 1-10

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Versione di Rosa Calzecchi Onesti (1963)

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Odissea - CalzecchiOmero

Odissea

Versione di Rosa Calzecchi Onesti

Et classici
Giulio Einaudi editore. Torino, 2014
ISBN: 9788806219420

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Canta, o dea, l’ira d’Achille Pelide, rovinosa… Invocació de la Ilíada per Rosa Calzecchi Onesti

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Canta, o dea, l’ira d’Achille Pelide,

rovinosa, che infiniti dolori inflisse agli Achei,

gettò in preda all’Ade molte vite gagliarde

d’eroi, ne fece il bottino dei cani,

di tutti gli uccelli —consiglio di Zeus si compiva—

da quando prima si divisero contendendo

rosa-calzecchi-onesti-da-bresciaoggi

Rosa Calzecchi Onesti (Milano, 17 maggio 1916 – Milano, 7 agosto 2011)

l’Attride signore d’eroi e Achille glorioso.

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Ilíada, I, 1-7

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Versione di Rosa Calzecchi Onesti

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CESARE PAVESE, ROSA CALZECCHI ONESTI E LE TRADUZIONI DI OMERO PER EINAUDI.

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Iliade - CalzecchiOmero

Iliade

Et Classici

Giulio Einaudi editore. Torino, 2014

ISBN: 9788806219109

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La Circe de Cortázar i la Petita Circe de Buzzati

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Morelli había pensado una lista de acknowledgements que nunca llegó a incorporar a su obra publicada. Dejó varios nombres: Jelly Roll Morton, Robert Mussil, Dasetz Teitaro Suzuki, Raymond Roussel, Kurt Schwitters, Vieira da Silva, Akutagawa, Anton Webern, Greta Gargo, José Lezama Lima, Buñuel, Louis Armstrong, Borges, Michaux, Dino Buzzati, Max Ernst, Pevsner, Gilgamesh (¿), Garcilaso, Arcimboldo, René Clair, Piero di Cosimo, Wallace Stevens, Izak Dinesen. Los nombres de Rimbaud, Picasso, Chaplin, Alban Berg y otros habían sido tachados con un trazo muy fino, como si fueran demasiado obvios para citarlos. Pero todos debían serlo al fin y al cabo, porque Morelli no se decidió a incluir la lista en ninguno de los volúmenes.

Julio Cortázar
Rayuela

 

 

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[…]

Julio Cortázar

Julio Cortázar   (Ixelles, Brusel·les, 1914 – París, 1984)

Yo me acuerdo mal de Delia, pero era fina y rubia, demasiado lenta en sus gestos (yo tenía doce años, el tiempo y las cosas son lentas entonces) y usaba vestidos claros con faldas de vuelo libre. Mario creyó un tiempo que la gracia de Delia y sus vestidos apoyaban el odio de la gente. […]

[…]

[…] Un gato seguía a Delia, todos los animales se mostraban siempre sometidos a Delia, no se sabía si era cariño o dominación, le andaban cerca sin que ella los mirara. Mario notó una vez que un perro se apartaba cuando Delia iba a acariciarlo. Ella lo llamó (era en el Once, de tarde) y el perro vino manso, tal vez contento, hasta sus dedos. La madre decía que Delia había jugado con arañas cuando chiquita. Todos se asombraban, hasta Mario que les tenía poco miedo. Y las mariposas venían a su pelo —Mario vio dos en una sola tarde, en San Isidro—, pero Delia las ahuyentaba con un gesto liviano. Héctor le había regalado un conejo blanco, que murió pronto, antes que Héctor. […]

[…]

Julio Cortázar
Circe

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[…]

Buzzati2

Dino Buzzati (Belluno, 1906 – Milano, 1972)

Due giorni dopo la conobbi. Era nel suo studio, seduta sul divano. Giovanissima, una faccia arguta da bambina, la pelle tesa nell’inesprimibile freschezza dell’età, i capelli neri e lunghi avvoltolati in una strana pettinatura ottocentesca, il corpo da adolescente, ancora. Bella? Non so. Certo un tipo insolito, popolaresco e insieme chic. Ma c’era, fra il suo aspetto e le cose che mi aveva raccontato Umberto, una contraddizione  insuperabile. Tutto in lei era allegria, spensieratezza, gioia di vivere, ingenuo abbandono alle sollecitazioni della vita; o almeno pareva.

Con me fu gentilissima. Cinguettava, guardandomi, e le labbra si aprivano a sorrisi maliziosi. Esagerava anzi, in questo senso, come per un’aperta intenzione di conquista. E a Umbertop non badava, come si non esistesse. Umberto, in piedi, con uno stentato sorriso sulle labbra, la contemplava, istupidito.

Con un gesto di meravigliosa inverecondia, Lunella si aggiustò la gonna lasciando intravereder più del lecito. Poi piegò la testa, provocante, da scolaretta impertinente: «Sa chi sono? Io sono il ciclone» mi disse «io sona la tromba marina, io sono l’arcobaleno. Io sono… io sono una bambina deliziosa». E rideva, apparentemente felice.

[…]

Dino Buzzati
Piccola Circe

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Cortázar publica en Buenos Aires el relato que lleva por título Circe en el año 1951, dentro del volumen Bestiario, en un momento que él mismo califica de “emocionalmente difícil”. Quince años después, Dino Buzzati publica Piccola Circe en la colección de relatos breves que lleva por título Il Colombre. Ambos autores toman voluntariamente un motivo que es conocido por todos gracias a la herencia común de la cultura occidental. El motivo de Circe. Inspirándose en la Odisea trasladan la trama del capítulo dedicado a la diosa-bruja a la época actual, convirtiendo así a sus protagonistas en modernos odiseos que tienen que pasar por numerosas pruebas y dificultades.

En el caso de los textos que nos ocupan, la alusión al mito clásico convierte los dos relatos en un tejido de símbolos y motivos que converten su lectura en una búsqueda de paralelismos entre la obra moderna y su inspiración clásica. Se predispone de antemano al lector a recoger en el recorrido del texto alusiones argumentales a la obra homérica, observando al mismo tiempo en qué punto o puntos la versión moderna se aleja de la antigua.

La primera alusión que encontramos al mito clásico es el título. En el caso de Cortázar, éste es sencillamente Circe. No vuelve a aparecer una alusión directa al texto homérico en ningún otro momento del texto, pero el efecto ya está logrado. En Buzzati el título, Piccola Circe, es también la única alusión directa, pero no sólo nos prepara de cara a la trama argumental sino que también subraya el concepto de Lolita que encontraremos posteriormente en el argumento gracias al adjetivo piccola.

En todo caso, es claro que si el lector conoce el mito originario será capaz de ver más en el texto moderno. Prevemos lo que vamos a encontrar en el texto gracias a la herencia cultural, pero reelaboramos al mismo tiempo los conceptos a medida que se alejan de la línea original. Con ello cuentan los autores, que manejan de esta manera nuestro horizonte de expectativas. De manera que el mito cobra hoy un nuevo significado que es la suma de los significados que se le ha ido dando a lo largo de la historia, entendida ésta en el sentido hermenéutico. En el caso del mito clásico que nos ocupa, se sintetiza de manera absoluta en el concepto mismo del término Circe, que pasa a utilizarse en la lengua cotidiana con el significado de “mujer astuta y engañosa” [RAE]. Cortázar y Buzzati reinterpretan dicho concepto.

[…]

Aránzazu Calderón Puerta
La trampa de Circe. El motivo mitológico en dos relatos de Julio Cortázar y Dino Buzzati.
Dins de: Reescritura e intertextualidad: literatura-cultura-historia
Editat per Urszula Aszyk

 

 

 

 

[…] la posibilidad de establecer un parentesco literario entre Buzzati y Cortázar nace del análisis de los mecanismos de lo fantástico en las obras de ambos autores. Mecanismos que, en ocasiones […], determinan también una construcción del cuento parecida. Tanto en Buzzati como en Cortázar, lo fantástico cotidiano peculiar del siglo XX se obtiene recurriendo a “vacíos”, formas distintas de reticencia que contribuyen a volver cada vez más lábil el nexo causal entre los eventos y a cubrir con ambigüedad e indefinición el discurso fantástico entero.

[…] lo que se calla, en estos textos, se vuelve aún más significativo que lo que se narra, pues lo no dicho no solo forma parte de una estrategia pensada para la creación del suspense, sino que constituye el sentido mismo del texto fantástico, coincidente con dicha indecibilidad e inexplicabilidad.

La pregunta fundamental se desliza pues de “què quiere decir lo dicho” a “qué es lo que se dice a través de lo no dicho”.

[…]

Buzzati y Cortázar organizan las elipsis en sus textos de manera parecida, aunque las modulaciones de lo fantástico y la función que este desempeña en sus cuentos alcanzan resultados diferentes.

[…]

 

Anna Boccuti
“Vacíos” fantásticos y absurdo: una lectura de los cuentos de Dino Buzzati y Julio Cortázar.
Les Ateliers du SAL 1-2 (2012): 75-92.

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Julio Cortázar

Cortázar - RelatosLos relatos

Círculo de Lectores

Barcelona, 1974

ISBN: 8422606038

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Buzzati - Il colombreDino Buzzati

Il colombre
e altro cinquanta racconti

Col. Oscar scrittori moderni, 1,235

Oscar Mondadori. Milano, 2013

ISBN: 9788804461104

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La Ilíada de César Brie (Teatro de los Andes). Una visió argentino-boliviano-italiana.

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Anna Banfi
Desaparecido: Omero in Sud America
Il teatro necessario di César Brie

ennagramma

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Escena 1

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Prólogo

Hécuba: Me llamo, me llaman, me llamaban Hécuba.
Un tiempo fui feliz en tierra de Troya.
Ahora, de tanto sufrir, me he vuelto perra.
En la llanura entre los restos de la ciudad quemada,
buscando un hueso que roer,
tal vez el de los hijos degollados,
sacrificados, muertos en batalla.

Quien pierde el padre es huérfano.
Y viudo quien entierra a su esposa,
pero no hay palabra que nombre al triste
padre o a la madre del hijo muerto.
No hay modo de nombrar un tal dolor,
tal vez: innatural, inútil, vano, eterno.
La guerra, viudas crían huérfanos, madres paren muertos.
Un tiempo fui feliz y de ese tiempo recuerdo a Polidoro
el más pequeño y tierno de mis hijos.
El inocente, el cordero, Polidoro…
que nunca supo cómo era Troya.

Polidoro: Yo, Polidoro, hijo de Hécubay de Príamo,
las puertas de las tinieblas, el reino de los muertos donde habita Hades,
lejos de los dioses, las dejé para venir aquí.
Yo las dejé para venir aquí.
¡Tío!
Mi madre temiendo por mi suerte…
Me mandó a un pueblo que ama los caballos…
Mira, mira los caballos que corren, cuántos…
Yo era el más joven cuando me alejaron de la patria:
No tenía fuerzas para sostener la coraza, para lanzar la jabalina…
Un huésped de mi padre, mi tío, prometió cuidarme
y yo crecía en su casa como un retoño, como un retoño.
Por sed de oro…
¡Tío!
Cuando Troya cayó, quemada
exterminada usurpada violada,
él me asesinó y abandonó en el mar mi cadáver.
Tendido en la arena, me sacude el flujo de las olas,
en el juego alterno de las mareas.
Y no tengo sepulcro ni duelo y no tengo sepulcro ni duelo.
¡Tío!
He abandonado mi cuerpo, soy el fantasma de mí mismo,
me elevo, fluctúo en torno de Hécuba, mi madre,
esposa de Príamo, padre de Héctor, París, Casandra, Polixena. ¡Aquiles!
¡Aquiles reclama para su tumba, como señal de honor un sacrificio;
lo obtendrá, no le negarán sus amigos este regalo, no se lo negarán.
¡El destino hoy mismo empuja hacia la muerte a Polixena mi hermana!
Y yo, desventurado, por obtener un sepulcro afloraré, afloraré en la orilla.
¡Tío!
He rezado a los dioses, los dioses que cuentan,
para que me concedan una tumba,
y me conduzcan entre los brazos de mi madre,
aterrorizada por mi sombra.
¡Tío!
Aquello que pedí, va a serme concedido.
¡Tío!
El agua, el agua, me lleva, el agua… mamá, mamá…

Hécuba: Polidoro…

Polidoro: Mamá… ¿cómo era mi casa? ¿Cómo era Troya?

Hécuba: Como todas las ciudades cerca de la costa.
Tenía torres, pájaros, y viento del oeste.
Y  tú te bañabas a orillas del mar.
Hasta que los griegos trajeron la guerra.

Polidoro: ¿La guerra? ¿Cómo fue la guerra?

Hécuba: La guerra… Duró diez años la guerra…

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1) Coro

Ahora cantamos la furia de Aquiles
que infinitos dolores provocó a los griegos
tantas almas de héroes bajaron al Hades
tantos cuerpos devorados por buitres y perros.

La guerra de Troya llevaba diez años.
Los griegos sitiaban la vasta ciudad.
Aquiles era el guerrero más fuerte
de los invasores, pero no luchaba.

Había peleado con Agamenón.
El rey de los griegos lo había ofendido,
le había quitado su esclava Briseida,
botín de otra guerra. Por eso Aquiles
se queda en las naves, dejando a los griegos
el asedio de Troya y la lucha contra Héctor.

Apolo, el dios de las flechas
que amaba a Troya, y ayudaba a Héctor
envió la peste a los griegos.
Estaba furioso contra Agamenón
que había profanado uno de sus templos,
había secuestrado su sacerdotisa,
la había violado y vuelto su esclava.

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2) La peste
Apolo, los griegos

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Apolo: bajé del Olimpo enfurecido,
parecido a la noche, con el arco en la mano.
Las flechas sonaban cerradas en la aljaba.
Lejos de las naves tomé puntería y lancé una flecha.
Siniestra vibró la cuerda del arco y alguien cayó.
Primero le di a los perros y a los mulos, luego a los hombres.
Caían como moscas, como ratas,
como insectos enfermos de peste.
Ardían las hogueras quemando a los muertos

[…]

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Acto 2

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1) Rodolfo Walsh
Rodolfo Walsh, Victoria, perros.

Walsh: Rodolfo Walsh, escritor, periodista. Asesinado en Buenos Aires en 1977.
Seis meses antes había muerto Victoria mi hija. (Abre un libro.) La Ilíada:
“Junto a su padre luchaba Arpalión,
una flecha aguda se hundió en su nalga
partió la vejiga, se incrustó en el hueso.
Mojaba la sangre los brazos del padre
mientras lo llevaba a Troya y lloraba.
Por un hijo que muere no hay recompensa”.

Aparece el espectro de Victoria.

¡Victoria! Aquí me ves, leo La Ilíada, la guerra de Troya.
Hay una hija de Príamo, Polixena. Te le parecías tanto hija mía: rebelde, obstinada, orgullosa.
A Polixena la degollaron en honor a Aquiles.

Tenía veinte y seis años mi hija Victoria.
Argentina se parecía cada vez más a un barrio de Troya.
Como tantos chicos que repentinamente
se hicieron adultos, mi hija andaba a los saltos
huyendo de casa en casa por todo Buenos Aires.
No se quejaba, sólo su sonrisa se volvía desvaída.
Nos veíamos cada quince días
caminando en una calle o alguna plaza.
Hacíamos planes para vivir juntos,
pero ambos presentíamos que no iba a ser posible,
que uno de esos encuentros podía ser el último.
Y nos despedíamos simulando valor
consolándonos de la anticipada pérdida.
Más de cien soldados rodearon la casa
con tanque, helicóptero, ametralladoras.
Victoria, en camisón, corrió hasta la azotea.
El combate duró una hora y media.
Mi hija conocía el trato que ejército y marina
dispensaban a los prisioneros, y pensaba
que el pecado no era hablar, sino caer viva.
De pronto hubo silencio, Victoria se levantó,
se acercó a la cornisa.
Flaca, de pelo largo, en camisón de noche,
Alicia en el país de las pesadillas.
“No nos matan ustedes”, dijo a la tropa.
“Nosotros elegimos morir” y luego
llevó una pistola a la sien, y apretó el gatillo.

Por la radio supe que habías muerto,
entonces me santigüé como cuando era un niño.
Se me detuvo el mundo. “Era mi hija”, dije.
Tenía miedo por ti y vos por mí
ahora el miedo es dolor. Te quise tanto…
No pude despedirme, en lo oscuro se mueren
los perseguidos. Nos queda la memoria
como único cementerio. Ahí te guardo
te acuno, te celebro y quizás te envidio.
“Mojaba la sangre los brazos del padre.
Mientras lo llevaba a Troya y lloraba.
Por un hijo que muere no hay recompensa”.

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César Brie
La Ilíada

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I GRECI SIAMO NOI

César Brie

César Brie (Buenos Aires, Argentina, 1954)

Avete visto nell’ultima scena Priamo che porta sulle proprie spalle il cadavere di Ettore, il quale a sua volta porta un manichino con le sue stesse sembianze. Ettore è doppio perché nell’Iliade si racconta che durante il giorno Achille distrugge il suo cadavere, mentre alla sera Afrodite e soprattutto Apollo lo ricompongono. Quando Priamo chiede il corpo ad Achille, questi prende un drappo che il re ha portato tra i tanti doni del riscatto e avvolge il corpo di Ettore perché, dice Omero, non vuole che il padre veda come lui ha ridotto il cadavere del figlio. Ciò significa che, agli occhi di Achille, Ettore è un cadavere distrutto. Eppure quando quel cadavere arriva, poche ore dopo, a Troia, la madre gli dice: «Sei tornato, sei intatto come uno che è morto sognando i suoi cari».

E un testo che io faccio dire ad Andromaca, e i filologi qui presenti si tapperanno le orecchie. Ho pensato che in realtà c’è una visione del cadavere che corrisponde allo sguardo di chi lo ammazza e una visione che proviene dallo sguardo di chi lo ricorda. È un tema molto vicino a quello dei desaparecidos, e tale vicinanza è stato il primo motivo per cui ho deciso di lavorare su l’Iliade. Così abbiamo costruito questo doppio di Ettore, un doppio che viene quasi distrutto in scena, sul quale si può esercitare la violenza. Come avete visto nella sequenza in cui Achille prende il manichino, che è identico all’attore, fatto con un calco dell’attore, e lo scaraventa contro il muro. Esattamente quello che pochi giorni fa in Tv ho visto fare a dei talebani morti, quando i soldati dell’Alleanza del nord prendevano a calci i cadaveri, che non potevano sentire più niente. E questo per me è il paradigma di ciò che sono la guerra e ogni esercizio della violenza.

L’Iliade è un testo che per fortuna non ho letto a scuola. L’ho letto prima, l’ho letto da me. Leggevo molto da bambino, mio padre era libraio, quindi io potevo leggere quello che volevo, divoravo i libri. Divoravo i libri e giocavo a calcio, le due cose che amavo e ancora oggi amo fare.

Quando ho riletto il poema ho provato una grande commozione. Ero qui in Italia, durante una tournée, a casa di un amico. La figlia, studentessa di Lettere, aveva lasciato il libro sul comodino della sua stanza, che mi aveva ceduto per la notte. Come ogni libro che si sfoglia, l’ho aperto a caso, e ho cominciato a leggerlo dalla fine. Ho preso l’ultimo capitolo, dove si racconta la ricerca del cadavere di Ettore da parte del padre Priamo. Proprio l’ultima scena che avete visto. E mi sembrava che parlasse dei desaparecidos e dell’America Latina di oggi. Ero molto colpito. Quella che avevo tra le mani era la traduzione in versi di Rosa Calzecchi Onesti, una versione straordinaria.

Ho aperto un’altra pagina a caso e ho cominciato a leggere un altro frammento: la descrizione di una battaglia, con teste tagliate, occhi che saltano, cervello che cola… un orrore. Prendo ancora un brano: un dialogo d’amore tra Andromaca ed Ettore – che è poi l’unico dialogo d’amore tra i due. Ed era troppo. Erano tre frammenti che leggevo e tutti mi arrivavano dritti al cuore. Allora ho comperato il libro. Dato che ero in Italia, ho preso sia la traduzione libera di Maria Grazia Ciani, sia la versione della Calzecchi Onesti. E le ho divorate. Poi ho acquistato anche un’edizione spagnola. Con lo spagnolo noi latinoamericani abbiamo dei problemi, perché il nostro castigliano è molto diverso da quello della Spagna e le traduzioni spagnole spesso le sentiamo troppo lontane. Ne ho confrontate diverse, prese in Messico, in Argentina, in Spagna, ma in realtà mi sono servite di più le due traduzioni italiane.

[…]

[…] mi ricordo l’impressione di una persona che normalmente non va a teatro e che alla fine dello spettacolo mi ha detto: «Appena è cominciata la canzone in quechua —è la canzone di Polidoro fantasma— ho capito: i Greci siamo noi». E io ho pensato: allora ci sono riuscito.

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César Brie
Conferència Riflessioni su un’Iliade andina a la Facultat de lletres de la Universitat dels Estudis de Siena. 5 de desembre de 2001.
Inclosa a: César Brie. L’Iliade del teatro de los Andes. Ed. Titivillus.

Introducció (primeres 17 pàgines): Titivillus.it

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Iliada - César Brie

Iliade - DVD -  César Brie.
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Iliade - DVD -  César Brie - 3.

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Iliada - César BrieCésar Brie

Teatro I – La Ilíada / Las Abarcas del Tiempo
En un sol amarillo / Otra vez Marcelo
Presentación de Jorge Dubatti
Estudio crítico y edición de Marita Foix

Editorial Atuel. Buenos Aires, Argentina, 2013
ISBN: 9789871155842

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Iliade - DVD -  César BrieCésar Brie

L’Iliade del Teatro de los Andes
A cura de Fernando Marchiori
Traduzzioni di Silvia Raccampo

Teatrino di Fondi / Titivillus Mostre Editoria. Corazzano (Pisa), 2010
ISBN: 9788872182987

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Iliade - DVD -  César Brie - 3Hacienda del teatro

Un film-documentario di Reinhard Manz,
Matthias Rebstock e Daniel Ort

Point de vue-doc
Svizzera, 2003
DVD – Video

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